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Convegno
"Leonardo Sciascia, il romanzo quotidiano"
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| L'introduzione
di Nicastro: uno scrittore in redazione
Di Leonardo Sciascia, ha scritto Gesualdo Bufalino, restano
i libri. E sono un grande conforto ma non bastano. Non bastano,
vorrei aggiungere, a definire il percorso, la vastità,
la complessità della produzione di un uomo – non
userò la parola intellettuale che forse neanche a
lui piaceva – e di uno scrittore impegnato nell’osservazione
acuta dell’attualità e della realtà.
Coscienza critica e a volte ossessiva della irrazionale dimensione
del potere;
infaticabile ricercatore della verità in un paese dove la menzogna avvolge
le storie più truci. Questo ruolo Sciascia ha interpretato con
la forza della ragione e sforzandosi di ragionare non solo attraverso i libri
ma anche
con una presenza assidua sulle pagine dei giornali. Pochi altri scrittori
hanno,
come lui, lasciato tante tracce di memoria e fatto del giornalismo un
elemento
centrale e fondamentale della propria opera.
Sciascia era e resta, a 15 anni dalla morte, una firma nota soprattutto per quel
pubblico, che per fortuna esiste anche fuori delle platee televisive, che non
si ferma al consumo di un’informazione effimera. È a questi lettori
che Sciascia parlava sia quando consegnava le sue note al piccolo giornale del
suo paese sia quando scriveva sul grande prestigioso quotidiano nazionale. E
lo faceva con il suo inconfondibile stile asciutto, il linguaggio semplice
quasi
scarno, sobrio, essenziale, con la forza di una sofferta visione etica
e razionale.
Una combinazione di toni e di stili che, come ci ricordava l’altro giorno
il Corriere della Sera, faceva dire a Italo Calvino: “Sai fare qualcosa
che nessuno sa fare in Italia”.
Mai Sciascia si allontanò da questo registro, che è soprattutto
il registro giornalistico, neppure quando si impegnava nelle battaglie più roventi.
Del resto questa era la sua concezione della stampa: una tribuna da usare contro
la compromissione e il potere. Il suo modello giornalistico era incentrato sull’elemento
costante della concretezza. Tanto che il suo sguardo si posava spesso
sulle vicende
della cronaca minuta. C’è anzi una sua notazione sulla stampa che
offre forse la chiave più autentica del suo modo di interpretare il giornalismo,
e riguarda i giornali locali e quelli minori ai quali Sciascia guardava con curioso
interesse e ai quali assegnava un compito preciso: quello di “fare opposizione
seria sui fatti quotidiani, sulle cose da fare, prendendo così il ruolo
di opposizione vera che in molte amministrazioni viene mancando”.
È un po’ quello che molti anni dopo si pensa e si dice sul giornalismo
e sui suoi orizzonti ma Sciascia aveva anticipato, come spesso gli capitava,
i tempi dell’analisi. Oltre che il contenuto.
Questa capacità di interpretare il giornalismo, a partire
dal genere più classico
che è la cronaca, lo avvicina molto alla dimensione e ai temi
caldi della
professione. Per questo l’Ordine dei giornalisti ha ritenuto di
dedicare
un convegno alla
figura
e all’opera di Sciascia giornalista invitando scrittori,
studiosi, giornalisti, comunque testimoni che hanno qualcosa da dirci e dai quali
abbiamo qualcosa da apprendere. Un’occasione di studio e riflessione su
una parte preponderante della produzione sciasciana non poteva che essere collocata
nell’ambito delle iniziative che con cadenza annuale l’Ordine siciliano
promuove nell’ambito del premio
intestato alle memoria di Mario
Francese ucciso 25 anni fa dalla mafia. Su piani e con ruoli naturalmente
diversi
in fondo
erano accomunati da quello che Sciascia chiamava un “destino di verità”.
Che cosa fosse per lui la verità, Sciascia lo ha
spiegato più volte: “Quando
Pilato domanda a Cristo, Cristo non dà risposta su cos’è la
verità. Però la verità esiste, c’è. Ci sono
i fatti. E naturalmente anche nei fatti c’è l’ambiguità,
c’è la possibilità di interpretarli, di sfaccettarli come
si vuole, dissolverli anche, pirandellianamente… Però un fatto è un
fatto”.
Per Sciascia questo destino di verità, che crede nella forza autentica
dei fatti, era cominciato con le prime esperienze e scritti giovanili su piccole
riviste. Poi nel 1955 la proiezione nel mondo giornalistico aveva preso una piega
e uno spessore di tutto rispetto quando aveva accolto l’invito a collaborare
con il giornale L’Ora: un rapporto che, con alcune pause anche
lunghe,
sarebbe durato per oltre un trentennio. L’Ora era un giornale di grandi
passioni civili ma anche di forte rigore intellettuale e professionale: lasciatelo
ricordare a uno che ha avuto, senza altri meriti se non quelli generazionali,
il privilegio di avere mosso i primi passi di giovane cronista e di avere svolto
un tratto significativo della propria formazione professionale in quella
redazione
diretta da un impareggiabile maestro come Vittorio Nisticò.
Come lo stesso Sciascia avrebbe ricordato, quel rapporto con L’Ora si sviluppò in
un contesto di saldi legami umani e personali e di grande libertà intellettuale
sulla quale non faceva velo, non poteva fare velo, anche qualche non lieve sfumatura
di diversità politiche.
Ma va anche ricordato il rapporto che Sciascia intrattenne con il Giornale
di
Sicilia, la testata concorrente che addirittura offrì allo scrittore un
posto stabile di praticante giornalista. Sul momento Sciascia era restio ad accogliere
l’offerta che gli portava Roberto Ciuni, allora direttore del giornale.
Finì per aderire ma poi se ne ritrasse. Lui non era fatto per il lavoro
di redazione. E siccome il giornale non gli chiedeva di timbrare il cartellino,
avvertì l’empito morale di rinunciare allo stipendio e di continuare
a essere un semplice collaboratore. Come Montaigne, non voleva fare nulla senza
gioia.
Gli articoli di Sciascia pubblicati sui due giornali palermitani sono
ben noti
agli studiosi. O meglio la gran parte perché di molti altri non
si conserva
neppure la memoria. Qualcosa è stato ripreso in varie tesi e grazie alle
ricerche degli studenti (proprio domani, nell’ambito del premio Francese,
si premierà a Racalmuto una tesi su Sciascia giornalista) ma manca
una
raccolta o comunque una sistemazione organica di questi scritti. Proprio
per
non smentire l’attitudine del mondo dell’informazione a una dispersione
sistematica della propria memoria. E qui vorrei lanciare, a nome dell’Ordine e
per contribuire a rendere meno dolorosi gli effetti di un cupio dissolvi comune
a tutti i giornali, la proposta di recuperare tutti i testi e di curarne
la pubblicazione,
ovviamente con il consenso della famiglia.
Va comunque ricordato che la produzione giornalistica di Sciascia è disseminata
tra tanti altri giornali grandi, medi piccoli, piccolissimi: dall’Espresso
al Corriere della Sera, alla Stampa per citare solo i più noti. E per
ricordare proprio quelle testate dove lo Sciascia polemista pubblicò gli
interventi che suscitarono le discussioni più accese. Quelle che ci ha
poi lasciato a futura memoria come testimonianza scomoda di un giornalismo senza
tempo che si è ricomposto in una sorta di romanzo quotidiano nel quale
si rappresenta il teatro della memoria. Quale sia stato il valore di
quella lezione
si può capire facilmente dal fatto che 15 anni dopo siamo ancora qui a
parlarne.
(1 dicembre 2004)
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