Il
sistema dei media,
un panorama da brividi
di
Franco Nicastro*
È stato
appena firmato il nuovo contratto di lavoro. È un
buon contratto o no? Comunque la si pensi è una
notizia. Potremmo dire: una buona notizia. Ma se dovessimo
applicare le regole della corretta informazione dovremmo
rovesciare le gerarchie e dire che la vera notizia è un’altra:
questo contratto era scaduto da quasi quattro anni. Non è un
dettaglio di poco conto. È un indice delle difficoltà in
cui si dibatte il sistema globale dei media che spiega
in buona misura le ragioni della fragilità del potere
contrattuale dei giornalisti.
Di questi tempi abbiamo sotto gli occhi un panorama da brividi.
I giornali vanno incontro a un inesorabile declino e con
essi rischia di scomparire o di ricorrere a nuovi breviari
la laica preghiera del mattino.
Ovunque la stampa perde copie. Molte copie. E anche in Italia,
se date uno sguardo alle tabelle, i numeri mettono a nudo
una realtà molto allarmante. La diffusione di tutti
i giornali nazionali, tranne uno, e regionali contiene solo
dati negativi. La crisi economica ha ridotto drasticamente
gli investimenti pubblicitari. E la televisione, anzi, alcune
televisioni - non tutte - stanno intercettando
i flussi di risorse. E quando si inaridisce questo canale di finanziamento
i bilanci vanno a catafascio come è accaduto non all’ultimo
giornale di provincia ma alle corazzate della carta stampata.
Un mito come il New York Times a ottobre dell’anno
scorso era sotto per un miliardo e non sa come pagare fra
tre mesi 400 milioni. Intanto ha dovuto ipotecare il suo
grattacielo nel cuore di New York.
Di fronte a una crisi incalzante e incontenibile molti profeti
di sciagure ipotizzano uno scenario assai inquietante. Quando
non saranno in grado di andare in edicola, e qualcuno è già arrivato
a questa meta, dovrà ricorrere alla versione web.
Molti prevedono che la fine della carta stampata è vicina.
Personalmente sono preoccupato ma non condivido le previsioni
più funeste. La storia del giornalismo ci ricorda
che nell’ultimo secolo i grandi mezzi di comunicazioni
hanno subito una evoluzione tecnologica, dalla radio al telefono,
dalla televisione a Internet. Ma alla fine nessuno ha mai
sostituito completamente gli altri. E tutti si sono integrati.
Il dibattito sul futuro dell’informazione era già cominciato
da tempo, proprio sull’onda dei cambiamenti, ma la
crisi gli ha impresso una forte accelerazione. Come si stanno
comportando i giornali o, meglio, gli editori? Ci spiegano
che bisogna sposare senza tante storie la multimedialità,
e questo vuol dire che il profilo professionale dei
giornalisti subirà un forte cambiamento. Fine delle competenze
e delle specificità. Tutti dovranno fare tutto. Ora
ce lo dice anche il contratto. E come se non bastasse l’unica
vera misura che si sta attuando procedendo con l’accetta è quella
dei tagli. Si taglia sulle spese. Si taglia sul lavoro dei
giornalisti. Si taglia sulle collaborazioni.
Ora fino a quando si elimina il superfluo ci sarebbe poco da dire. Ma il fatto
che ci deve preoccupare moltissimo – e non solo per l’occupazione
o per il reddito dei giornalisti – è la direzione dei tagli. Qui
si colpisce l’informazione di qualità, il giornalismo che alimenta,
e se ne alimenta, il dibattito democratico. Si va ridimensionando la forza della
stampa come baluardo della democrazia. Informazione e libertà erano i
pilastri del pensiero di Walter Lippman negli anni Venti. E Gaetano Salvemini
ci ha poi spiegato che i giornali, la stampa, costituiscono lo “spazio
pubblico di confronto dove si forma il cittadino democratico”.
Se questo è vero, ed è vero, la crisi dell’informazione cannibalizzata
dalla tv e assediata da Internet tocca un nervo delicato del funzionamento
stesso
delle democrazie. Non è un tema che tocca solo i giornalisti. Dovrebbe
allarmare soprattutto i lettori più avvertiti e l’opinione pubblica
che va sempre più perdendo nel sistema democratico la centralità che
dovrebbe avere.
Più che segnalare questo rischio oggi i giornalisti impegnati a difendere
il ruolo dell’informazione non possono fare. E questo vale per ogni parte
del villaggio globale non solo per la Sicilia. Ma in Sicilia va attivato
un supplemento
di attenzione per il modo in cui si vanno definendo i nuovi assetti del sistema
dei media e del mercato editoriale. In un contesto economico più debole
che in altre parti del paese, qui i giornali pagano magari prezzi più alti.
Si perdono copie, si riduce la pubblicità commerciale. Un canale alternativo è rappresentato
dalla pubblicità istituzionale ma su questo terreno affiora un altro rischio,
quello di nuove frequenti occasioni di commistioni con la politica. Senza dire
che la crisi ha messo in ginocchio anche i bilanci degli enti locali e della
pubblica amministrazione in generale. Gli effetti sono riscontrabili nel calo
degli investimenti nelle campagne di comunicazione e nella difficoltà di
avviare un processo di stabilizzazione dei giornalisti che hanno un rapporto
con gli uffici stampa. Si rinnova così una condizione di precariato che
indebolisce la capacità contrattuale dei giornalisti e li espone a un
rapporto subordinato al potere politico. Con quali conseguenze è facile
dirlo: un giornalista senza contratto o con un incarico di lavoro che dipende
dalla discrezionalità di un potente è certamente un giornalista
meno libero. E invece anche nella pubblica amministrazione – soprattutto
nella pubblica amministrazione – è necessario conservare e difendere
gli spazi di autonomia del giornalismo.
Tutto questo non pone solo un problema di corretto funzionamento del rapporto
tra informazione e libertà, ma aggrava il quadro pesantissimo del mercato
del lavoro in Sicilia. Qui spesso vengono attuate iniziative che anticipano strategie
nazionali. Qui vengono sperimentate in modo più massiccio le misure per
aggredire la crisi. E ancora una volta non si punta sulla qualità. Si
procede con i tagli. In questo momento nelle maggiori aziende editoriali
siciliane
si parla di riduzione degli organici e di rinunce a iniziative promozionali basate
sull’innalzamento del livello dei contenuti. Si riducono anche gli spazi
dell’informazione locale (si stanno ridimensionando le edizioni provinciali)
che invece doveva essere uno dei punti di forza di un piano di sviluppo e di
espansione anche in quella che impropriamente si definisce periferia.
La linea degli editori incrementerà i processi di precarizzazione del
mercato del lavoro. E noi ce ne rendiamo conto giorno per giorno perché tra
le nuove iscrizioni, che sono tante, pochissime sono quelle sostenute da assunzioni
in piena regola o compatibili con la solidità delle aziende. La figura
più diffusa è quella dei free lance, cioè professionisti
che per ottenere un reddito minimo e indispensabile sono costretti a intrattenere
una pluralità di rapporti. E non è detto che siano tutti tra loro
perfettamente coerenti con le regole della professione. Ma il fatto è che,
come tutti sappiamo, a causa o con il pretesto della crisi gli editori impongono
tariffe irrisorie, spesso ridicole, sicuramente lesive della dignità del
lavoro.
Un capitolo a parte è quello dell’emittenza che sempre più somiglia
a una giungla. Il dato più eclatante del panorama descrive una forte anomalia.
Le emittenti televisive che operano in Sicilia sono 118. In Lombardia, dove il
sistema produttivo ha ben altra solidità, sono una settantina. Questo
vuol dire non che da queste parti il pluralismo sia più marcato ma che
la maggior parte delle emittenti sopravvive con il lavoro nero, il precariato,
lo sfruttamento più inaccettabile. Ce ne siamo resi conto ormai da tempo
tanto che con il sindacato abbiamo intrapreso un’indagine ricognitiva provincia
per provincia. Sta venendo fuori una realtà dominata dall’improvvisazione
e dal precariato più spinto.
Eppure la forza attrattiva di questa professione resta molto alta. Lo dimostra
il gran numero di domande di iscrizione che si riversano sui nostri tavoli. In
molti casi occorre però fare molta attenzione. Noi stessi abbiamo aperto
una riflessione sulla necessità di rendere non solo più trasparenti
i percorsi di accesso ma anche più seri i criteri di valutazione. La buona
volontà c’è, ma spesso è la norma che ci impedisce
di svolgere un ruolo che non sia quello notarile. Bisogna ripensarlo il nostro
sistema ma tutti i progetti di riforma, che peraltro non fanno un solo passo
in avanti, sono poco coraggiosi. Mentre servirebbe stabilire una volta per tutte
che è giornalista chi fa questo mestiere e chi non lo fa non lo è.
Sembra un principio banale ma è difficile affermarlo quando la vita dei
nostri organismi di rappresentanza è fortemente influenzata da equilibri
e accordi non sempre al più alto livello e non sempre orientati all’obiettivo
più giusto.
Una volta per tutte dobbiamo metterci alle spalle questa realtà. E in
attesa di una riforma che non arriva almeno pensiamo a scegliere i nostri rappresentanti
tra quelli che non solo rappresentano realmente la professione ma sono impegnati
a difenderne regole e principi. Perché, come diceva Kapuscinski, questo
non è un mestiere per cinici. E aggiungerei neppure per chi non sa affermare
la supremazia della notizia su ogni tipo di interesse. Stiamo parlando non solo
di regole professionali ma soprattutto deontologiche perché è chiaro
che sono i comportamenti di ciascuno di noi, dal giornalista affermato all’ultimo
cronista, costruiscono l’immagine e la credibilità della professione.
Immagine e credibilità sono sottoposti a una prova verità giorno
per giorno. E sono strettamente correlati alle competenze e alla professionalità.
Per questo la formazione gioca un ruolo decisivo. Uno dei progetti di riforma
in discussione individua nel percorso universitario l’unico canale di accesso
alla professione. È un’esperienza che in Sicilia abbiamo vissuto
con risultati complessivamente positivi. Ma poi le schermaglie interne agli organismi
di categoria hanno inferto alla scuola di giornalismo della Sicilia un colpo
mortale. Non voglio riaprire qui una ferita che brucia. Ma a chi ha voluto demolire
quell’esperienza rispondo con i dati dell’ultima sessione di esami:
i praticanti della scuola di Palermo sono stati giudicati idonei al cento per
cento e con valutazioni superiori alla media. Dunque i giornalisti formati in
quella struttura avevano ricevuto una preparazione di livello.
Ma l’impegno del consiglio siciliano dell’Ordine continuerà sul
fronte della formazione. Sono state già programmate iniziative che presto
partiranno per l’aggiornamento e la qualificazione di chi è già giornalista,
professionista o pubblicista.
Dobbiamo credere in questa scommessa perché è un investimento sul
nostro stesso futuro. Elevare il tasso professionale e il bagaglio culturale
dei giornalisti è anche un modo per aiutare i giornali ad affrontare la
crisi. Di questo impegno dell’Ordine parlo con l’orgoglio di chi
ritiene di fare una cosa giusta non meno dell’attenzione rivolta alla gestione
che, come vi ha illustrato il tesoriere, presenta un bilancio in attivo. È il
risultato di una linea che il Consiglio condivide appieno, e di questo sono molto
grato ai colleghi che lo compongono, nei suoi punti fondamentali: un rigoroso
controllo delle spese, la ricerca di apporti esterni a iniziative importanti
come il premio Francese diventato un evento culturale di prim’ordine, l’impegno
e la collaborazione qualificata dei dipendenti che qui va riconosciuta.
È
questo lo spirito giusto per avviare il programma dell’ultimo anno di questa
consiliatura che sarà molto pieno di impegni e, mi auguro, di soddisfazioni.
(28
marzo 2009)
(*) Presidente dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia
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All'assemblea
annuale confronto su contratto e professione
di
Nuccio Anselmo
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